Ricerca della felicità
Mi capita, mentre leggo un libro, di pensare che provo la stessa cosa che racconta l’autore.
Nella prima parte del libro Happiness Project ho trovato scritta la sensazione che provo ultimamente e che non ero stata così brava a descrivere. L’autrice racconta che, mentre era sull’autobus e guardava attraverso i finestrini bagnati dalla pioggia, pensava che sì, era felice, ma che avrebbe potuto esserlo di più. Come se mancasse ancora qualche tassello nella sua vita.
Il libro prosegue con il suo progetto che, più che farsi copiare (non avrebbe senso, perché siamo tutti diversi), mi ha stuzzicato. Mi ha portata a farmi domande, a osservare meglio le sensazioni che provo, quasi con un certo disagio: perché sono felice e ho tanto e sappiamo quante volte ci sentiamo dire che “non abbiamo di che lamentarci”.
Sì, ma come la salute non è l’assenza di malattia, la felicità non è l’assenza di dispiaceri e problemi.
La felicità, per me, non è solo una somma di momenti. È uno stato di spirito in cui si vive. Questo non vuol dire che non esistano giornate buie o problemi da risolvere, ma che, di base, siamo felici.
Il sollecito che mi ha dato il libro è stato quello di ottimizzare questo stato di spirito. Mi accorgo che alterno momenti di grande soddisfazione ad altri in cui mi soffermo su lati bui sui quali non ho ancora fatto luce.
Mi rendo conto di cose e situazioni che evito o rimando, pensando che non si possa avere tutto. Ma si può certamente avere di più. Non tutto.
Ho letto una frase molto bella che dice: “Puoi fare qualsiasi cosa, ma non puoi fare tutte le cose.”
Spesso ciò che ci manca, e che ci fa sentire così, è qualcosa che non abbiamo il coraggio di fare o affrontare. A volte è una situazione, altre volte è un desiderio che tarpiamo prima ancora di iniziare. Siamo decise su tante cose, ma su altre ci nascondiamo.
È così anche per me. E questo blog fa parte di quelle cose da cui mi nascondevo. Sono sempre stata una “brava” e l’ansia da prestazione mi ha impedito di fare tante cose per la paura di non farle bene.
Oggi, anche grazie ad altri percorsi fatti nella vita, sono sempre più convinta che quello che conta è fare. Fare come viene. Mettersi in gioco. Smettere di sognare soltanto e iniziare a fare qualcosa nella direzione del proprio sogno.
Vi dirò una verità semplice, e non sono certo la prima a dirlo: non saremo mai pronte. Non esisterà mai il momento perfetto per cominciare. Come si dice, i momenti giusti per iniziare sono due: uno era dieci anni fa, l’altro è ora.
Ho sempre pensato che l’immaginazione sia fondamentale. Tutto nasce prima nella mente o nel cuore. Come si dice che una casa nasce prima nella mente dell’architetto. Ma se quell’architetto non mette l’idea su carta e non inizia i lavori, quella casa non esisterà mai.
Serve anche il lavoro pratico. Ed è proprio da quello che spesso scappiamo, riempiendoci la vita di doveri che classifichiamo come urgenti o più importanti.
Pensaci. Pensa a quanto stai rimandando ciò che desideri davvero.
Perché tra qualche anno non ti consoleranno gli impegni con cui ti sei protetta oggi. Non li ricorderai nemmeno. Ricorderai solo ciò che non hai fatto per te.